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mercoledì 24 marzo 2021

“Al limite della notte” di Michael Cunningham

TITOLO: Al limite della notte (Titolo originale “By Nightfall”)
AUTORE: Michael Cunningham
CASA EDITRICE: Bompiani Editore
GENERE: Narrativa
TRADUTTORE: Andrea Silvestri
Peter Harris, il protagonista di “Al limite della notte” del Premio Pulitzer Michael Cunnigham, è un gallerista di New York di quarantaquattro anni nella cui vita, almeno in apparenza, sembra non mancare nulla: ha un lavoro che può considerarsi soddisfacente e di successo, il suo matrimonio con Rebecca, donna affascinante e determinata, sembra procedere senza problemi, sua figlia Bea è andata a Boston per frequentare il college.
In realtà le cose non sono davvero come sembrano: la sua galleria d’arte non riesce a fare quel salto di qualità necessario per potersi collocare in una posizione di primo piano, la relazione con sua moglie si sta raffreddando ogni giorno di più, per non parlare del difficile rapporto con la figlia che ha abbandonato gli studi per lavorare nel bar di un albergo e a stento gli rivolge la parola: «Che livello di disperazione bisogna raggiungere per sopportare la separazione, andarsene e vivere la propria vita senza qualcuno che ci conosce a fondo?»
Peter cerca di dissimulare la propria infelicità, ma al di là delle beghe quotidiane, traspare la sua irrequietezza, una tensione emotiva che lo spinge a cercare qualcosa che vada oltre ciò che lo circonda: «Riesce a sentire qualcosa, qualcosa che si addensa ai confini del mondo. Un’attenzione furtiva, un nembo oro scuro tempestato di luci viventi come pesci nelle nere profondità oceaniche; un ibrido tra una galassia, il tesoro di un sultano e una divinità caotica, imperscrutabile». Peter è un attento estimatore della bellezza in tutti i campi e il suo anelito principale è riuscire a percepire una bellezza superiore che gli consenta di elevarsi, pur avvertendone i pericoli: «È trito, è sentimentale, non ne parla con nessuno, ma in certi momenti – questo ad esempio – lo sente come l’aspetto più essenziale della sua personalità: la convinzione, nonostante tutte le prove del contrario, che una qualche tremenda, accecante bellezza stia per discendere e, come l’ira di Dio, risucchiare tutto, rendendoci orfani, liberandoci, lasciandoci lì a domandarci come faremo a ricominciare da capo».
Cunningham, con una trama in apparenza lineare, ha dato vita a un romanzo complesso e ricco di sfumature, con una narrazione non sempre agevole, a tratti ipnotica, che quasi travolge il lettore attraverso il flusso di coscienza di Peter, il vagare della sua mente tra sensazioni, aspirazioni e desideri, con continue digressioni, flashback del suo passato, dialoghi quasi fulminei. Si tratta, senza dubbio, di una scrittura di altissimo livello, densa di riferimenti artistici e letterari, quasi un romanzo – saggio dedicato all’impatto dell’arte e della bellezza sull’umanità.
Fulcro della narrazione è l’arrivo di Ethan, detto Erry, il fratello di sua moglie Rebecca, che trascorre alcuni giorni nel loro appartamento. La speranza di Rebecca è che suo fratello possa finalmente mettere la testa a posto, trovare un lavoro e iniziare un’esistenza normale, augurandosi che Peter possa aiutarla a raggiungere questo obiettivo. Erry è molto giovane, ultimo arrivato in una famiglia che forse lo ha adorato fin troppo senza aiutarlo davvero a crescere, ha avuto problemi di dipendenza dalle droghe, ma è apparentemente pulito da un anno. Il suo fascino giovanile, il suo modo di fare totalmente disinibito, la sua capacità di sedurre praticamente chiunque sono tutti elementi che non lasciano indifferente Peter. Il gallerista inizia a provare una misteriosa attrazione per suo cognato, una sensazione che finora non aveva mai provato per un uomo, se non in qualche sporadica fantasia, e che lo induce non solo a porsi interrogativi sulla propria sessualità, ma anche a cercare di capire i motivi di tale seduzione: «È innegabile che sia un’altra Rebecca, ma non è tanto questione di somiglianza, quanto di vera e propria reincarnazione […] Non è difficile immaginarlo seduto da buon discepolo al bordo di un giardino sacro. Anzi, assomiglia un po’ a un san Sebastiano rinascimentale, rapito nella contemplazione. Ha queste onde di capelli color moka, queste gambe e queste braccia muscolose, di un bianco roseo».
L’arte rimane, comunque, un tema fondamentale di questo libro. Peter è alla ricerca di artisti talentuosi che possano esporre nella sua galleria, garantendo un buon ritorno in termini di vendite, ma non riesce a piegarsi all’idea di ricercare il solo profitto, nutrendo, invece, la speranza di poter fare passi avanti anche nella ricerca estetica e artistica, nello «sforzo di trovare l’equilibrio tra passione e ironia, tra bellezza e rigore, aprendo nel far ciò uno spiraglio nella sostanza del mondo». Ritorna spesso l’idea della ricerca di una bellezza superiore, di un genio artistico che possa consentire di fare il salto di qualità: «Peter ama i brevi periodi durante i quali la galleria è sgombra d’arte. C’è qualcosa nell’austera perfezione dello spazio che promette un’arte superiore a quella che qualunque umano, per quanto brillante, può produrre. […] L’arte che realizziamo vive in un equilibrio instabile con l’arte che possiamo immaginare, l’arte che la sala si aspetta».
Peter ama sottolineare spesso il suo modo di concepire l’arte come strumento per catturare la giovinezza, quella situazione ideale che ognuno di noi brama di possedere, e attraverso l’osservazione di opere di Rodin e Manet mostra come queste siano l’unico mezzo per garantire l’immortalità: «Adesso è immortale, è una grande bellezza storica, essendo stata purificata dall’attenzione di un grande artista. Certo, non possiamo fare a meno di notare che Manet evitò di ritrarla vent’anni dopo, quando il tempo aveva cominciato a fare il suo lavoro. Il mondo ha sempre venerato la giovinezza. Che il mondo sia maledetto»
L’autore nello svolgimento della narrazione mette in luce tutte le sensazioni contrastanti che albergano nell’animo di Peter. Vi è il rammarico di non essere stato un buon padre, di non essere riuscito ad accettare la figlia per ciò che era e di aver fatto pesare nel loro rapporto le perplessità su alcuni aspetti della vita della ragazza e in questo suo esame di coscienza il rimpianto si alterna al cinismo, nel tentativo di scrollarsi di dosso alcune colpe: «Stanotte sente il bisogno di lasciarle un messaggio. Sente il bisogno di lasciarle un bouquet davanti alla porta di casa sua, sapendo che i fiori appassiranno e moriranno lì».
Vi è lo struggimento per suo fratello Matthew, morto molto giovane (probabilmente per aver contratto l’HIV anche se non viene mai esplicitato): è difficile per Peter accettare che la vita di una persona cui si era sentito molto legato possa essersi risolta nel nulla così presto, per cui avverte un estremo bisogno di catturare la giovinezza nell’istante in cui si manifesta, di «favorire la creazione di qualcosa di meraviglioso, di qualcosa in grado di resistere al tempo». Nella sua mente ricorre spesso un ricordo molto nitido legato a suo fratello e a una cara amica di cui Peter si era invaghito da adolescente, con il rimpianto di non poter avere più ciò che è stato: «Non era questo il vero messaggio di quella giornata, decenni fa, quando Matthew e Joanna camminarono nelle secche del lago Michigan e apparvero a Peter come l’incarnazione della bellezza?».
“Al limite della notte” è, dunque, un romanzo ricco di arte e di sensualità nella sua forma più elevata, una dedica appassionata alla bellezza e alla giovinezza, queste ultime incarnate nel bellissimo Ethan, seducente e sfrontato in cui Peter rivede qualcosa che gli ricorda sia suo fratello che sua moglie. Le emozioni contrastanti nei confronti di questo giovane disperato, licenzioso, sregolato, tossico, saranno una vera e propria guida emotiva e porteranno Peter a esplorare se stesso e i propri desideri in una narrazione intensa e coinvolgente: «La bellezza – la bellezza che Peter desidera ardentemente – è dunque questa: un viluppo umano di grazia fortuita, destino tragico e speranza».

VALUTAZIONE: 4,5/5

domenica 14 febbraio 2021

“Cose che succedono la notte” di Peter Cameron

TITOLO: Cose che succedono la notte 
AUTORE: Peter Cameron 
CASA EDITRICE: Adelphi Edizioni 
GENERE: Narrativa 
TRADUTTORE: Giuseppina Oneto 
Peter Cameron è un autore al quale sono particolarmente affezionato, soprattutto per lo struggente “Un giorno questo dolore ti sarà utile”, un romanzo forte e intenso che mi ha procurato una stretta allo stomaco con quell’adolescente problematico che con la sua irriverenza e le sue riflessioni costringe il lettore a porsi molte domande. 
“Cose che succedono la notte” mi ha, invece, totalmente spiazzato, mostrandomi fin dalle prime pagine uno scrittore diverso da quello che ho imparato a conoscere e ad amare. Eppure questa storia così surreale, sospesa tra atmosfere quasi fiabesche e sensazioni oscure, mi ha incuriosito e coinvolto. 
Il romanzo inizia con il viaggio, ormai giunto al termine, di questa strana coppia senza nome, i cui componenti sono identificati semplicemente come “l’uomo” e “la donna”, “il marito” e “la moglie”, quasi a voler dar loro un’identità astratta. I due coniugi hanno faticosamente raggiunto una località “ai confini del mondo”, una piccola cittadina nel Grande Nord, in cui “l’inverno, in fondo, non era che una notte, una lunga notte seguita da un lungo giorno”. 
Una stazione deserta ricoperta dalla neve e sferzata da un vento gelido, è questa la prima immagine che accoglie questi due viandanti: è evidente il senso di smarrimento di entrambi, la sensazione di scoraggiamento dell’uomo, la prostrazione e il dolore della donna nel momento in cui varcano la soglia dell’albergo in cui alloggeranno nei giorni successivi per realizzare il loro obiettivo. 
Questo enorme edificio si mostra dapprima spettrale e deserto, per poi rivelare la presenza di personaggi particolari che iniziano ad animare il soggiorno dei due protagonisti e a incidere sulle loro esistenze. Nel bar dell’albergo, questa bizzarra isola luminosa, l’uomo incontra lo strano barista che sembra totalmente concentrato sul suo lavoro, salvo poi mostrare reazioni inaspettate, e subito dopo un’anziana signora che suona il piano nella hall e si mostra ben disposta a parlare degli argomenti più svariati e strampalati. Livia Pinheiro – Rima, è questo il suo nome, sembra aver provato numerose esperienze nella sua lunga vita e ha sviluppato una sua concezione filosofico esistenziale con cui sembra voler scuotere l’uomo dalla sua apatia: «Ci sono cose nelle quali mi esercito ogni giorno e una è questa. Ripetendole quotidianamente non le dimenticherò mai. La gente in questo senso si arrende troppo facilmente. Lei, ad esempio». L’uomo rimane davvero sconcertato dalla spontaneità di questa donna così particolare, soprattutto per le sue stoccate a volte ciniche e pessimistiche: «Prima o poi vanno tutti a letto dico bene? Sono cose che succedono la notte. Le persone spariscono, sempre che ci siano mai state. La vita è orrenda, infame, come e più del tempo». 
L’autore ci trascina nella sua narrazione con una scrittura che risulta in alcuni punti evocativa e ricca di suggestioni oniriche, mentre in altri è talmente essenziale da dare l’impressione che i protagonisti siano quasi abbandonati a loro stessi. 
Il fine dei due coniugi è quello di recarsi in orfanotrofio e adottare il bambino da loro scelto: la donna sa di avere poco tempo da vivere a causa di una malattia e vuole che suo marito possa avere un figlio cui dedicare le proprie cure quando la moglie non ci sarà più. È una decisione che può sembrare egoistica, ma che i due coniugi sembrano voler realizzare con determinazione. 
In questo percorso che si snoda lungo sette capitoli, quanti sono i giorni di permanenza in questa fredda località nordica, e che inizia con il buio totale per terminare con un raggio di sole, l’uomo e la donna devono fare i conti con dubbi e angosce, con il dolore della malattia e con nuove consapevolezze. L’impressione è che sia la donna a compiere l’evoluzione più importante nel momento in cui incontra un guaritore che, al posto di una cura miracolosa, sembra mostrarle una visione diversa della propria esistenza. 
L’uomo, invece, si imbatte in un ricco uomo d’affari che di primo impatto si mostra volgare e arrogante, ma che con la sua peculiare fisicità, un erotismo prorompente e una dolcezza inattesa, induce il protagonista a far emergere sensazioni lungamente represse: «Ci imbattiamo regolarmente in queste forme di contatto, pensò, e ci siamo assuefatti. Per questo desideriamo tanto il sesso e ci eccita la violenza: sono le uniche cose che riusciamo ancora a sentire, le uniche che scalfiscono la nostra armatura». 
Il tutto, in ogni caso, appare piuttosto nebuloso: i protagonisti, nei loro cambi di rotta, sembrano in alcuni punti quasi agire in automatico senza una vera e propria introspezione che faccia davvero capire cosa si stia muovendo al loro interno, dando a volte l’impressione di non essere realmente toccati da determinati avvenimenti. Ma probabilmente l’intento dell’autore era proprio quello di rappresentare due anime quasi alla deriva, disorientate e in cerca di una luce. 
Nel complesso, “Cose che succedono la notte” è un buon romanzo, a tratti surreale, a tratti interessante e coinvolgente, che propone diverse riflessioni sull’esistenza umana e induce a interrogarsi sull’autenticità di certi rapporti: «Non ha niente a che fare con l’amore. La gentilezza – che parola orrenda! – la riserviamo a chi non amiamo, a chi non possiamo amare». 

VALUTAZIONE 4/5



mercoledì 23 settembre 2020

“Solo per una notte” di Nicolas Bendini

TITOLO: “Solo per una notte” (Titolo originale: “Juste pour une nuit”) 
AUTORE: Nicolas Bendini 
CASA EDITRICE: Playground Syncro/Europa 
GENERE: Narrativa 
Con “Solo per una notte”, uno dei romanzi della collana di narrativa LGBT Syncro/Europa (Playground), ci troviamo a Parigi, nel Liceo Pascal, in cui il diciottenne Mathieu Varenne deve dividersi tra la paura di svelare la propria omosessualità e il desiderio di vivere fino in fondo i propri impulsi naturali. Un giorno, all'uscita da scuola, il ragazzo incontra Goran Klasic, attraente e talentuoso centravanti croato del Paris Saint-Germain, la sua squadra del cuore: il calciatore lo riaccompagna a casa a bordo della sua lussuosa auto e gli chiede addirittura di scambiarsi i numeri di cellulare, un evento che, come pensa Mathieu, “succede solo nei film” e che rimane impresso nei suoi pensieri. 
Mathieu è un ragazzo timido che, anche a causa dei condizionamenti paterni, non può fare a meno di sentirsi antico, soprattutto nel momento in cui si pone a confronto con i suoi compagni. Goran si mostra, invece, almeno in apparenza, arrogante e prepotente, un giocatore di grandi doti, ma la cui carriera è condizionata da un carattere difficile e da frequenti colpi di testa. I due avranno modo di incontrarsi più volte e di instaurare un rapporto piuttosto turbolento e contrastato: «A quella domanda Mathieu si paralizza. Per due giorni non ha fatto altro che immaginarsi dialoghi brillanti, corteggiamenti romantici. Li aveva persino sceneggiati. Ed ora si trova a dover fronteggiare quell'atteggiamento irritante che a volte Goran ha anche sul campo, quando irride gli avversari con qualche tunnel di troppo o quando si ostina a non passare la palla. Stronzo sul campo e stronzo nella vita». 
Più che una storia d'amore, “Solo per una notte” è un racconto di formazione e di acquisizione di maggior consapevolezza della propria sessualità, in cui hanno un ruolo importante i compagni di scuola del giovane parigino, con il loro carico di sentimenti contrastanti, di ingenua generosità, di sfrontato coraggio, di leggera perfidia: il diligente Simon, con cui Mathieu ha le prime esperienze sessuali, il generoso Samuel e la determinata Fatima, che non esitano ad aiutare il loro amico nei momenti di difficoltà e ad accettare la sua sessualità. 
Con una scrittura semplice e senza particolari slanci, dialoghi veloci e incisivi e una buona introspezione, “Solo per una notte” è un romanzo complessivamente gradevole, uno spaccato di reale vita adolescenziale condito con il sogno dell'incontro con il proprio idolo calcistico, un sogno che spesso cela una realtà non propriamente idilliaca, ma che aiuta comunque a realizzare il proprio percorso di crescita interiore. 

VALUTAZIONE: 3,5/5

venerdì 11 settembre 2020

“Diario svedese (con accompagnamento blues)” di Björn Holmgren

TITOLO: “Diario svedese (con accompagnamento blues)” 
AUTORE: Björn Holmgren 
CASA EDITRICE: Playground Syncro/Europa 
GENERE: Narrativa 
“Diario svedese” si colloca nell'ambito del progetto della Playground denominato Syncro/Europa, un marchio editoriale creato con l’obiettivo di pubblicare romanzi a tematica LGBT ambientati in vari paesi dell'Unione europea, storie di giovani impegnati ad affrontare la propria esistenza quotidiana e a vivere la propria omosessualità, tra amori, aspirazioni e contrasti. 
Con questo romanzo ci rechiamo in Svezia, nella moderna Goteborg, in cui Gustav, dirigente di un'azienda di trasporto serio e rigoroso, vedovo e padre di due bambini, di sera si trasforma in Erika, affascinante drag queen dall'aspetto vagamente androgino. 
Lars, giovane autista di tram nell'azienda di Gustav, è un ragazzo dal doloroso passato, segnato dalla presenza di un padre violento e omofobo. Schivo e riservato, di poche parole, Lars ha imparato col tempo a tenere a freno le proprie reazioni, ma quando incontra Gustav a una festa aziendale non riesce a celare l'attrazione che prova nei suoi confronti. 
Il romanzo si caratterizza per una buona scrittura, precisa ed efficace, forse più descrittiva e introspettiva che narrativa. Può essere idealmente suddiviso in due parti;la prima è quella in cui ha inizio la relazione tra Gustav e Lars e in cui emergono con particolare evidenza i rispettivi caratteri e ciò che ciascuno si aspetta da una relazione. 
Lars cerca negli uomini «una virilità delicata, fragile, leggera, naturale», ama l'idea di sentirsi circondato dall'affetto di una vera famiglia e crede di aver trovato in Gustav ciò a cui aspirava. 
Gustav, che ha perso la moglie in un incidente quattro anni prima e ha avuto diverse relazioni con uomini che lo hanno abbandonato, cerca qualcuno di cui fidarsi davvero e Lars potrebbe essere finalmente l'uomo giusto: «Gustav fa una piccola smorfia di disappunto, ma guarda le labbra di Lars, così rosse da sembrare tempera su tela, gli occhi nocciola carichi di pudore e aspettative, e pensa che ogni istante di dispetto è sprecato, che Lars non è altro che una benedizione, un dono», 
La seconda parte della narrazione vede Gustav e Lars, dopo più di un anno, alle prese con una relazione ormai avviata, ma da cui traspaiono alcuni elementi di criticità, che sembrano in qualche modo ostacolare una serenità piena e appagante: «Lars ha sempre l'impressione che tra loro ci sia un sottile filo che li divide e che i loro mondi non riescano a sovrapporsi fino in fondo». 
Gustav continua ad avere un atteggiamento rigido e inflessibile, così sicuro di sé e imponente, e Lars ne è a volte intimidito. Uno spiacevole episodio che vede coinvolto Lars mentre è alla guida del tram fa venire a galla tali incomprensioni, fino all'entrata in scena del giovane neonazista Nils. Questi ostacoli potrebbero determinare la fine della relazione tra Gustav e Lars o favorirne il rafforzamento. 
“Diario svedese” è complessivamente un buon romanzo, con un importante approfondimento psicologico dei protagonisti, in particolare di Lars che nella sua fragilità appare il perno centrale dell'evoluzione narrativa, e in cui viene riservato un discreto ruolo ai personaggi secondari: Amir, il miglior amico di Lars, di origini iraniane, impegnato nella frenetica scoperta della propria sessualità; Darya, madre di Amir, coinvolta nella lotta per l'emancipazione delle donne, materna e comprensiva, di grande sostegno per Lars; i due figli di Gustav, Friedrick e Linus, intimiditi dall'atteggiamento paterno e molto legati al giovane autista. 
Nonostante sia un po' affrettato in alcuni passaggi e nel finale, il romanzo mette comunque in luce numerosi temi, tra cui l'accettazione di sé, la ricerca del proprio posto nel mondo, il desiderio di affetto e famiglia e, soprattutto, mostra le contraddizioni di una società che si schiera dietro il “politicamente corretto”, ma a volte fatica a comprendere davvero le motivazioni dei gesti di ognuno.

VALUTAZIONE 4/5

venerdì 4 settembre 2020

“La statua di sale” di Gore Vidal

TITOLO: “La statua di sale” (Titolo originale: “The City and the Pillar”) 
AUTORE: Gore Vidal 
CASA EDITRICE: Fazi 
GENERE: Narrativa 
TRADUTTORE: Alessandra Osti 
L’ossessiva ricerca di un amore giovanile, un sentimento che inevitabilmente si rivela evanescente e illusorio, è questo ciò spinge Jim Willard, il protagonista del celebre romanzo di Gore Vidal, “La statua di sale” (Fazi 2009), a intraprendere un intenso viaggio nel disperato tentativo di chiudere un cerchio, di ritornare a rivivere il passato. Un peregrinare che si trascina lungo gli anni della giovinezza, che trasforma lo stesso Jim, ancorato agli eventi trascorsi e insensibile alle attenzioni e ai sentimenti altrui, in una statua di sale, con un chiaro riferimento a un episodio biblico: la fuga di Lot e della sua famiglia dalla città di Sodoma distrutta dall'ira divina, l'imprudenza della moglie che, con lo sguardo rivolto all'indietro, alle rovine ormai superate, viene pietrificata. 
Ambientato tra la fine degli anni Trenta e la metà degli anni Quaranta, il romanzo racconta la vita di Jim, un ragazzo della Virginia, appassionato di tennis e insofferente nei confronti dell’ingerenza paterna. Poco più che adolescente, comprende di essere perdutamente innamorato del suo miglior amico Bob, di un anno più grande di lui, ma quel sentimento rimane sepolto nelle sue fantasie per molto tempo. 
Subito dopo la cerimonia di consegna del diploma di Bob, i due ragazzi decidono di trascorrere un fine settimana insieme in una capanna in riva al fiume. È in quell'occasione che i due ragazzi cedono alla passione in un incontro di istinti primordiali, un momento cruciale che segna il destino di Jim e che l’autore descrive con una grande forza espressiva: «Quando i volti si toccarono, Bob sospirò rabbrividendo e strinse forte Jim fra le sue braccia. Ora erano completi, l’uno divenne l’altro, quando i loro corpi si unirono con una violenza primordiale, simile con simile, metallo con magnete, la metà con l’altra metà e il tutto ricomposto». Bob parte il giorno dopo imbarcandosi su una nave per soddisfare il suo desiderio di avventura e da quel momento Jim non lo rivedrà per diversi anni. 
Con questo romanzo, pubblicato per la prima volta nel 1948, Gore Vidal volle distaccarsi dalle narrazioni di autori che lo avevano preceduto e che si erano limitate a trattare il tema dell’omosessualità in modo stereotipato raccontando di travestiti o di ragazzi solitari in preda a matrimoni infelici. L’autore concentrò la sua attenzione su due ragazzi americani “normali”, due atleti semplicemente attratti dal genere maschile, suscitando grande scalpore e reazioni contrastanti, soprattutto da parte di chi non riusciva ad accettare quella normalità. 
La fluida narrazione, che ripercorre gli incontri e le esperienze di Jim nel corso di sette anni segnati da drammatici eventi storici (il dominio nazista, il secondo conflitto bellico), si avvale di una prosa lineare, in cui l’autore ha inteso eliminare ogni elaborazione rendendola il più possibile dura ed essenziale. Eppure, tale purezza di stile non impedisce di avvertire il pulsare delle emozioni di Jim, il lento percorso interiore, la presa di coscienza del suo essere, tra la rabbia e la paura di non potersi rivelare al mondo, i sentimenti per Bob che continuano a invadere la mente, le sue riflessioni sul futuro e sulla morte durante una grave malattia: «Il sole tiepido lo scaldò. Il sangue scorreva rapido nelle vene. Era consapevole della pienezza della vita. Esisteva nel presente. Questo era abbastanza. E forse negli anni a seguire avrebbe avuto una nuova visione, qualcosa che lo avrebbe aiutato, in qualche modo, a ingannare la realtà del nulla». 
Il lungo girovagare di Jim è una sequenza di incontri, con tre amanti che, pur non riuscendo a carpirne il cuore, ne segnano la crescita umana, figure quasi tragiche, ideali rappresentanti di realtà in apparenza distanti tra loro, ma accomunate dalla incapacità di raggiungere un sereno equilibrio nei rapporti personali e di infrangere il velo di ipocrisia che li soffoca: Ronald Shaw, il superficiale ed egocentrico attore, che gestisce la sua vita drammaticamente come in un perenne film; Paul Sullivan, lo scrittore fallito che ricava piacere dalla sua stessa sconfitta; Maria l’ereditiera sensibile, spesso intrappolata in relazioni impossibili e alla ricerca di una completezza che non riesce mai a raggiungere. 
Un sapore di amarezza e disfatta è ciò che si avverte arrivati al termine. Con “La statua di sale” Gore Vidal ha voluto infrangere l’ideale romantico, condannare chi si rivolge con insistenza al passato, portarlo a scontrarsi con la caduta delle proprie illusioni. Eppure un piccolo spiraglio viene lasciato aperto, l’idea che forse non tutto è stato vano: «Una volta di più fu sulla riva di un fiume, finalmente conscio che lo scopo dei fiumi è di sfociare nel mare. Niente cambia. Eppure nulla di ciò che è, potrà mai essere ciò che è stato. Affascinato, guardò l’acqua infrangersi fredda e scura contro l’isola di pietra. Presto sarebbe andato via». 

VALUTAZIONE: 4,5/5

giovedì 19 marzo 2020

“Nell’addio” di Federico Larosa


TITOLO: Nell’addio
AUTORE: Federico Larosa
CASA EDITRICE: EvArt Edizioni
GENERE: Narrativa
“Nell’addio” è il romanzo d’esordio dello scrittore Federico Larosa, una storia di formazione, ma anche il tentativo di delineare le traiettorie di molteplici destini che si intrecciano, vite che cercano di farsi strada tra difficoltà e ostacoli quotidiani alla ricerca di un’esistenza serena.
Ambientato a Roma, racconta gli incerti approcci di Edoardo, universitario ventiquattrenne, omosessuale non dichiarato, che attraverso una chat cerca di conoscere qualcuno da incontrare e finisce per imbattersi in Alessandro, un affascinante personal trainer di 42 anni. L’affinità tra i due è subito palese, un’attrazione che diventa sempre più forte e sfocia in un sentimento più duraturo:
Voleva conservare lo stato d’animo in cui si trovava e ripercorrere ogni istante del tempo trascorso con Alessandro per fissare nella testa, e nel cuore, l’immagine dei loro corpi intrecciati mentre ascoltava il lento respirare dell’uomo di cui si stava innamorando. Sì, era così, si stava perdutamente innamorando di lui. Non poteva negarlo, non a se stesso. Sapeva di non aver mai provato nulla di simile, e se non si trattava di amore davvero non aveva idea di cos’altro potesse essere
Il romanzo si caratterizza per una buona scrittura, in alcuni punti ancora acerba e poco fluida, ma sicuramente finalizzata a dare una panoramica completa e dettagliata di tutti i personaggi che fanno parte della vita di Edoardo, adeguatamente tratteggiati nelle loro caratteristiche salienti: ovviamente il suo ragazzo Alessandro, gentile, premuroso, paziente; sua madre Maria, che molti anni prima ha coraggiosamente lasciato il marito e si è trasferita a Roma con Edoardo per cominciare una nuova vita; la sua migliore amica Giorgia, che deve affrontare il dramma di comunicare al suo compagno le incertezze circa la paternità del loro figlio Lucio; l’autista filosofo Marcello e diversi altri.
Interessanti sono anche le descrizioni dei luoghi in cui si svolgono le vicende, paesaggi e scenari che fanno da sfondo all'evolversi della relazione tra Edoardo e Alessandro, un'attenzione ai dettagli che denota uno sguardo preciso e scrupoloso da parte dell'autore, a volte leggermente didascalico.
Come dicevo all'inizio, si tratta sostanzialmente di una storia di formazione: Edoardo è un ragazzo bloccato dal timore di uscire allo scoperto e da alcune paure legate alle malattie sessualmente trasmissibili. Ma la storia con Alessandro lo aiuta pian piano a maturare e a capire come superare i propri limiti.
Il messaggio principale che può evincersi dalla narrazione è la necessità di essere sinceri con se stessi e con gli altri, perché solo in questo modo è possibile raggiungere un buon equilibrio e vivere serenamente. Edoardo, nel suo difficile percorso di crescita, cerca di comprendere bene tale precetto e di attuarlo attraverso un sofferto coming out:
Per lui era talmente naturale che trovava innaturale doverlo dichiarare apertamente. Si sarebbe voluto svegliare un giorno e ritrovarsi a vivere in un mondo in cui la madre, la sorella e il padre sapessero del suo orientamento sessuale e si rapportassero a lui senza condizionamenti
“Nell'addio” è, dunque, un romanzo complessivamente interessante e piacevole, a mio avviso non privo di difetti (tra tutti, un finale troppo precipitoso, che avrebbe richiesto uno sviluppo più approfondito per far comprendere meglio l'evoluzione interiore di Edoardo), ma comunque un buon esordio ricco di spunti importanti.

VALUTAZIONE: 3,75/5